Costruire il genogramma per costruire nuove storie

Questo articolo è apparso su Connessioni, 24, 2010, pp. 133 – 161.

Costruire il genogramma per costruire nuove storie

 

Gianluca Ganda[1]


Costruire il genogramma per costruire nuove storie[2]

Non si vive in uno spazio neutro e bianco; non si vive, non si muore, non si ama nel rettangolo di un foglio di carta. Si vive, si muore, si ama in uno spazio quadrettato, ritagliato, variegato, con zone luminose, zone buie, dislivelli, scalini, avvallamenti e gibbosità, con alcune regioni dure e altre friabili, penetrabili, porose.

M. Foucault[3]

Abstract

L’uso del genogramma che qui si vuole proporre cerca una sua coerenza nel modello e nella processualità proposta dal Milan Approach, con il suo carattere sistemico e i contatti e le sovrapposizioni con la visione costruzionista e costruttivista.

Vorrei mostrare lo strumento genogramma come una modalità di lavoro processuale che ha come obiettivo la costruzione, insieme al cliente (famiglia, coppia, individuo, organizzazione), di una mappa relazionale, prestando nel contempo attenzione alle implicazioni che il termine “mappa” assume per i sistemici.

Storia e genogramma

Quando pensiamo al genogramma il più delle volte siamo portati a figurarci davanti agli occhi uno schema fatto di cerchi e quadrati, collegati da linee: le persone che compongono la famiglia e le generazioni in cui si distribuiscono.

Per sua nascita e determinazione delle linee guida, la paternità di questo strumento è fatta risalire a Murray Bowen. Prima di lui però, già altri avevano cercato di costruire una mappa, una rappresentazione grafica, della vita psichica ed emotiva di una persona; primo fra tutti J. L. Moreno (come ricorda Shützenberger, 1993) che cerca di raffigurare il mondo personale di un individuo, includendo in esso i familiari e gli amici, del passato come del presente, i vivi e i morti, secondo una distanza nel disegno che rimanda direttamente a una distanza sociale e psicologica.

Tra i pionieri della terapia familiare, Bowen era solito analizzare le vicende delle famiglie: “di numerose famiglie tracciai le storie lungo un arco di 100 anni o più. Sembrava che in tutte le famiglie esistessero gli identici modelli di base. […] il mio obiettivo era di ottenere informazioni concrete per poter comprendere le forze emotive in ciascuna famiglia nucleare, e risalii a quante più generazioni potei” (1979, p. 86). È evidente, nel lavoro di Bowen, la ricerca dell’influenza delle generazioni precedenti sui membri della famiglia che manifestano direttamente un disagio. Egli era solito esemplificare le storie degli schizofrenici in cura attraverso diagrammi che gli permettevano di risalire alle precedenti generazioni. All’interno di questi approfondimenti dice di aver iniziato ad usare il termine “triade interdipendente” – poi sostituito con “triangolo” – per descrivere “la coesione emotiva tra padre, madre e prole schizofrenica” (op. cit., p. 166). Il suo interesse per le storie che si dipanano su più generazioni può essere esemplificato dal fatto che durante un convegno raccontò anche la propria storia di famiglia, successivamente pubblicata in L’anonimo (1979).

È da rilevare che Bowen rifiutò a McGoldrick e Gerson – autori di un libro riconosciuto a livello internazionale come la “bibbia del genogramma” – di stendere la prefazione alla pubblicazione della prima edizione della loro opera (1985; seconda edizione, 1999), rifiutandone in parte i contenuti, per l’applicazione distante dalla sua teoria intergenerazionale.

Anche Boszormenyi – Nagy si occupa delle generazioni che contornano un individuo, per mettere a fuoco come i legami oltrepassino il tempo. Le generazioni precedenti influiscono sulle nuove attraverso la definizione delle aspettative, con una sorta di diritto, chiamato da Nagy il “credito”. Le nuove generazioni si confrontano con gli aspetti positivi e conflittuali delle “lealtà familiari” (1988).

Queste considerazioni di natura storica e teorica ci possono portare ad alcune riflessioni di carattere sia pratico che concettuale. I due psichiatri, pur avendo una prospettiva di lavoro diametralmente opposta – Bowen per l’individuazione, Boszomenyi per l’evoluzione congiunta degli individui – sono ascritti al filone delle terapie intergenerazionali[4]. Generalmente si ritiene che questa appartenenza – e/o la discendenza da un modello teorico psicoanalitico – sia un discrimine per poter usare lo strumento genogramma; quasi a voler ritenere che gli aspetti emotivi del passato siano un affare psicodinamico, e che la cura sia l’esperienza emotiva correttiva che solo lo “psic” può erogare.

Questo argomento potrebbe far sospettare che la radice delle difficoltà affettive ed emotive delle persone siano da ricercare esclusivamente nel sistema di attaccamento cui sono stati esposti: come ricettori passivi, e non come partecipanti attivi che possono influenzare gli altri, seppur in modo né consapevole, né strategico.

Si potrebbe inoltre pensare che la struttura psichica delle persone sia ristretta all’influenza di un ordine cronologico e lineare, secondo il quale le esperienze precoci sono più importanti di quelle più recenti; e che siamo in buona parte determinati dal nostro ristretto “ambiente” di nascita e crescita.

Queste considerazioni, se trasportate allo strumento di cui qui ci si vuole occupare, ci permettono di dirimere alcuni possibili fraintendimenti: innanzitutto, si potrebbe pensare che il genogramma serva solamente per fare un elenco dei membri di una famiglia, organizzati secondo l’albero genealogico; quindi raccoglierli in ordine di anzianità, dall’alto verso il basso. Una scomoda classificazione questa, poiché rimanda, per assonanza, ad un’organizzazione culturale e sociale, fondata sulla gerarchia: spesso si ritiene che questo aspetto sia sinonimo di posizioni e ruoli da occupare e interpretare nel gruppo familiare secondo un modello ritenuto corretto, in rapporto a gender ed età[5]. Inoltre si potrebbe ritenere che il genogramma permetta di confrontare gli stili di attaccamento che si sono susseguiti nelle generazioni, ritenendo così che le esperienze più formative siano quelle precoci. Ma nel genogramma, accanto alle caratteristiche delle prime esperienze e dell’accudimento, possono trovare spazio anche elementi che riguardano cambiamenti sopravvenuti in epoche successive alla prima infanzia e che hanno comunque portato un elemento di discontinuità nella vita delle persone.

Un altro motivo per confutare l’idea che il genogramma sia il “detective” dell’attaccamento lo possiamo trovare nella distinzione tra famiglia rappresentata e in interazione (Reiss, 1991). Alla prima visione pertiene la rappresentazione interna delle relazioni, le strutture interiorizzate, che riproducono il modo in cui gli adulti si pongono rispetto a un bambino. La rappresentazione interna dell’individuo, è ciò che dà stabilità, sostanza e prevedibilità alle forme delle relazioni. Bowlby (1983) parlava di Modello Organizzativo Interno, cioè di una rappresentazione mentale che permette al bambino di formarsi delle aspettative. Per Stern (1991) il MOI è “l’intera rete e la gerarchia di rappresentazioni che sono organizzate dall’attivazione o dalla disattivazione del sistema motivazionale di attaccamento” (p. 78).

Con la seconda lettura, che pone l’accento sull’interazione, ci si riferisce alla famiglia “reale” o “in pratica”, in cui la stabilità delle relazioni risiede nelle pratiche di interazione condivise e non nell’interiorità degli individui. Reiss dice che “l’interazione del gruppo, al di sopra e al di là dei ricordi dei suoi membri, mantiene in vita le relazioni e regolamenta e perpetua molti aspetti della vita familiare” (op. cit, p. 202). L’attenzione va al presente e a come si possono mantenere o modificare le relazioni; con i comportamenti, i rituali, gli episodi unici; e nel linguaggio che permette di traslare nel tempo ciò che è accaduto. Ma lo stesso Stern (op. cit.) ci dice che i modelli di funzionamento di un gruppo, quale la famiglia, vengono trasmessi in forma narrativa, pur non coincidendo fino in fondo con il MOI.

In questa differenza c’è la differenza tra un’epistemologia della rappresentazione e un’epistemologia della costruzione, di cui parla Ceruti (1985). Il genogramma ci permette  quindi di indagare tutti gli elementi che intervengono nell’interazione tra i membri di un sistema, come le rappresentazioni individuali sono costrette a mettersi in gioco, entrare in una dialettica con le visioni degli altri membri del sistema, e con la cultura; per costruire insieme ai nostri clienti il loro percorso, in cui i loro rapporti si sono modificati nel tempo, includendo e escludendo personaggi e significati, modificando le rappresentazioni di partenza. Col processo di costruzione del genogramma troviamo l’equilibrio che il sistema ha raggiunto e come il sistema lo racconta. Un’osservazione che viene amplificata se si ritiene che il genogramma possa estendersi al di là dei soli membri della famiglia per includere gli “altri” importanti: basti pensare che dei nostri giorni è sempre più frequente che il prendersi cura è un’attività distribuita su più agenzie, che integrano l’opera della famiglia. Ci sono insomma molte persone, al di là dei vincoli di sangue, che possono vantare una vicinanza psicologica con la famiglia o con alcuni dei suoi membri.

Questo assunto è particolarmente presente nel lavoro con le famiglie del sud del mondo e con gli immigrati. Watts-Jones (1997) ci presenta un particolare utilizzo del genogramma. L’autrice mostra, attraverso l’uso grafico dello strumento, che l’assunto secondo il quale la famiglia è un’entità prettamente biologica, non è adeguato per le famiglie afroamericane. L’autrice sottolinea come l’appartenenza culturale incida e si riverberi poi sulla forma del genogramma.

Per comprendere poi come la costruzione del genogramma possa contemplare tanto la visione rappresentazionale quanto la visione interazionale, possiamo rifarci a una situazione concreta. Osservare questo caso ci permette di sottolineare che alcuni elementi sono ascrivibili al patrimonio rappresentazionale delle persone, mentre altre si generano come risposta agli eventi della vita degli individui.

Nell’ambito di un percorso di consultazione familiare vediamo due genitori che portano il figlio, adolescente, con pesanti disturbi del comportamento. Recentemente gli è stata fatta una diagnosi di iperattività (ADHD). Cristiano, il ragazzo sedicenne, frequenta la terza media ma non riesce a restare in classe. Ha un educatore che trascorre il tempo nella scuola con lui, ma talvolta il ragazzo si allontana anche dall’edificio scolastico. I genitori, ormai separati da sette anni, si rimpallano le responsabilità. Il padre ritiene che  il comportamento del figlio sia da ascrivere a difficoltà inerenti alla mancanza di coordinazione tra i genitori, mentre la madre ritiene che le caratteristiche del figlio siano preponderanti; ritiene cioè che la diagnosi sia una spiegazione valida delle difficoltà del figlio e che lei non possa fare molto per lui.

Riscontriamo comunque un conflitto aperto tra gli ex coniugi che, seppur non li coinvolga al livello della loro relazione di coppia, si ripropone al livello della coparentalità (Fivaz et al., 2002). I due genitori non riescono a mettersi d’accordo su come occuparsi del figlio e, nel contempo, sembrano essere profondamente prostrati per il comportamento del figlio: Cristiano sembra rimandare ad entrambi un senso di fallimento, simile al sentimento che possono provare i genitori di figli handicappati.

Nel redigere il genogramma si parte generalmente dal presente per poi spostarsi verso il passato. Mentre lo costruiamo con questa famiglia ci chiediamo su quale tipologia di famiglia stare: rappresentata o reale? Dobbiamo osservare i modelli operativi interni dei genitori, (Bowlby, 1989), e quindi come loro strutturano la relazione di attaccamento con il figlio a partire dalle loro rappresentazioni, oppure è importante comprendere come si sono venute sviluppando le relazioni interne al sistema, a partire dalle caratteristiche di ognuno?

Nel primo momento della consultazione, nel raccogliere la storia della famiglia nucleare, ci rendiamo conto che le caratteristiche del figlio hanno influito e influiscono tuttora sulla rappresentazione che i due genitori danno di sé. Insomma, hanno contribuito all’interazione reale sia le caratteristiche dei genitori, costituitesi nella loro evoluzione, sia gli eventi del quotidiano e la caratteristiche del figlio. Ci siamo chiesti se i genitori fossero poco accudenti, freddi, o se in loro si fosse fatta strada la convinzione di non essere all’altezza delle difficoltà del quotidiano, portate da un figlio con dei problemi; i genitori crollano sempre più sotto il peso di un fallimento che viene dal constatare che il figlio – forse idealizzato come il realizzatore delle loro aspettative personali – non riuscirà mai. Da questa ipotesi la ricorsività dell’interazione: “la malattia mentale è contagiosa, i genitori la prendono dai figli!”.

La narrazione attraverso cui il sistema ci descrive le sue vicende porta già in sé, se ci diamo lo spazio per ascoltarli, gli indizi per definire la cultura e il sistema sociale – fatto di più agenzie – in cui si inscrive.

Potremmo infine chiederci se i fatti del passato incidano unicamente in linea diretta e causale sul nostro presente; e domandarci se non sia quantomeno più interessante espandere le modalità in cui il tempo influenza gli eventi e dà la possibilità agli individui di agire.

Un sistema porta sempre in sé degli elementi nascosti che le sue premesse occultano. Le novità spettano al terapeuta, lui le deve trovare. Il sistema le può trovare valide, se ci permettono di costruire nuove ipotesi, da verificare poi con i clienti; e nuove narrazioni per sfidare il futuro…o il passato! Il modello di genogramma che qui si vuole proporre cerca infatti di rendere più complesso e articolato il collegamento tra i tempi, secondo una ricorsività tra passato, presente e futuro, come viene esplicitato in “I tempi del tempo” (Boscolo et al., 1995). Ad esempio proponendo nuove letture che modifichino il passato, riabilitando alcuni attori del genogramma; o prospettando delle scelte tra più comportamenti possibili, per invitare poi i clienti a prevederne le conseguenze. O, ancora, per porre le cause nel futuro e capire quali siano gli effetti nel presente: ci si riferisce qui alla causa finale che, per come ne parla von Foerster, “segue all’effetto” (1987, p. 125), per il fine a cui naturalmente una cosa tende.? Non solo “per quale motivo succede così” ma anche “quale è lo scopo di questo comportamento”. Il genogramma, usato secondo il modello milanese, permette di  realizzare spostamenti temporali delle cause, perché ci “si preoccupa di fornire una spiegazione circolare degli eventi: quale pattern determina il sintomo e ne è determinato?” (Ganda, Giuliani, 2003). Ricordiamo l’aforisma di von Foerster: se “non siamo in grado di percepire il futuro […] non sappiamo come agire adesso” (1987, p.118, in corsivo nel testo).

Una conoscenza solida delle basi da cui proveniamo può essere utile per diventare più consapevoli di noi. Qui si vuole mostrare come lo strumento genogramma permetta di trovare nuove porte di accesso alla costruzione di nuove storie; invece che limitarsi a mettere a fuoco come la storia di una persona le abbia portato risorse e limiti, possiamo cercare di scoprire nuovi obiettivi e nuovi percorsi, con la  possibilità di lasciare le vecchie e imprigionanti convenzioni; trovare nuove soluzioni per i problemi del presente, conservare ciò che è un patrimonio ereditato ma tentare comunque di modificare i vecchi e consolidati modi di affrontare il mondo.

Il sistema

Possiamo descrivere il sistema come il reticolo di relazioni di cui intendiamo occuparci. Talvolta è più ampio di quanto ci propone il nostro “cliente”, e iscrive in esso anche relazioni che possono restare sullo sfondo; basti pensare al ruolo dell’inviante in terapia (Selvini Palazzoli et al., 1985).

I nostri clienti possono ritenere che i loro disagi siano costituiti da elementi molto concreti, come accade per le problematiche collegate a disfunzioni di carattere neuro-psichiatrico, nei casi di problematiche fisiche o sessuali, o legate a dipendenze da sostanze. Chi utilizza un’ottica sistemica è invece portato a ricercare la fonte del disagio all’interno delle relazioni importanti e fondanti il sistema stesso; o, quantomeno, a vedere come le problematiche chiaramente fisiche influiscano sulle relazioni e il disagio assuma significato. I nostri clienti potrebbero ritenere che le relazioni degne di interesse siano solo alcune e non altre. Noi possiamo immaginare e mantenere viva l’ipotesi che il reticolo di relazioni che concorre a costruire i “significati” propri del sistema copra esperienze connesse con la cultura, con le generazioni precedenti e future, con l’organizzazione sociale e i sistemi di potere (Foucault, 1970, 1997), anch’essi produttori di significato. Parliamo di “significati” del sistema come di quell’insieme di idee che concorrono a attribuire senso alla vita e all’esperienza, per renderla prevedibile e leggibile, secondo l‘idea che è chi ascolta che attribuisce significato a un evento, a una comunicazione.

Come si forma, allora, un set di significati? Dal momento in cui ci poniamo la domanda immettiamo nella relazione l’idea del tempo, cerchiamo cioè di comprendere come la relazione abbia assunto la particolare forma che noi incontriamo. Per arrivare a questa comprensione abbiamo bisogno di varcare una soglia, abbiamo bisogno di aprire la relazione, tramite l’indagine del processo che l’ha costituita.

Ci affidiamo così a un assunto fondamentale dell’ottica sistemica, la circolarità. La parti di un sistema interagiscono tra loro, in maniera ricorsiva, dipendendo da, e generando, una certa organizzazione. I prodotti dell’interazione derivano da una speciale organizzazione e, nel contempo, “sono necessari per la sua stessa causazione e per la sua stessa produzione” (Morin, 1985, p. 53). Così, a partire da elementi differenti, si genera un’organizzazione, e un’unità; e gli elementi concorrono al mantenimento dell’organizzazione.

Rimettendoci ancora alle parole di Morin possiamo rilevare che “il sistema sia nel contempo qualcosa di più e qualcosa di meno della “somma delle sue parti” (Morin, op. cit., p. 51). Morin si riferisce al fatto che l’organizzazione di un sistema porta con sé dei vincoli, che limitano l’emergere di caratteristiche proprie dei singoli; nel contempo l’organizzazione genera “proprietà emergenti”, cioè qualità che non sarebbero presenti se non fossimo al cospetto di un particolare insieme di elementi.

Le “proprietà emergenti” sono i pattern e le relazioni, i modi in cui gli elementi di un sistema interagiscono, definendo così come è il sistema.

Dalla relazione vengono le caratteristiche dei singoli, che emergono per la loro reciproca interazione, interazione circolare: o meglio, ciò che emerge dalle relazioni tra gli individui è ciò che osserviamo e chiamiamo “le loro caratteristiche”. “L’Apprendimento dei contesti della vita è cosa che deve essere discussa non come fatto interno, ma come una questione di relazione esterna tra due creature. E la relazione è sempre un prodotto della descrizione doppia. […] Questa visione doppia è la relazione.” (Bateson, 1984, p. 179)

Possiamo ritrovare anche nel singolo individuo “un particolare insieme di elementi”; l’individuo possiede alcuni aspetti intrinseci (lo psichismo, direbbe uno psicodinamico, aspetti dell’organizzazione dell’essere vivente, direbbe un costruttivista radicale) che influenzano il modo in cui egli agisce e attribuisce significato e, quindi, contribuisce a costruire la relazione.

I modi di stare insieme dei membri di un sistema, il modo che essi trovano per mantenere una relazione, assume qualità proprie di quel sistema: le proprietà che emergono dall’interazione. I modelli relazionali che osserviamo e descriviamo attraverso l’incontro con un sistema sono le proprietà emergenti, le qualità di un sistema: bello, brutto, efficace, rispettoso, violento.

Queste proprietà che sono poi collegate e influenzate da più ampi processi di interazione macrosociale, mantenute e trasformate attraverso l’interazione fra i singoli che compongono la famiglia (il sistema) e fra questa e l’ambiente sociale e culturale. Vediamo così che il processo ricorsivo si è spostato su un altro piano: adesso stiamo osservando l’interazione tra il significato attribuito al pattern dal sistema e il significato attribuito a questo pattern dalla cultura, all’interno della quale il sistema si muove.

Di tutto questo ci possiamo occupare con il genogramma; possiamo ricostruire una mappa che indichi il percorso di ognuno nel formarsi le proprie rappresentazioni delle relazioni, possiamo osservare come il comportamento degli individui sia da attribuire alle rappresentazioni ma anche agli elementi concreti, contingenti, della vita dei membri del sistema. Possiamo così vedere quali caratteristiche dei singoli siano emerse e quali siano impedite dai vincoli del sistema. Possiamo infine vedere come le proprietà emergenti del sistema si pongano in accordo o disaccordo rispetto alla cultura di appartenenza del sistema. Possiamo osservare tutto ciò secondo un gioco di cerchi concentrici che vanno progressivamente allargandosi, comprendendo un contesto sempre più ampio, secondo un percorso proprio del Milan Approach.

Laing parla della famiglia come di un fantasma. “La famiglia come sistema viene interiorizzata. Non si interiorizzano gli elementi isolati, ma le relazioni e le operazioni tra elementi e insieme di elementi” (Laing, 1973, p. 6 e segg.). Poco oltre sostiene che la famiglia “è un sistema spazio-temporale”, “un noi comune, in opposizione a loro, gli estranei alla famiglia” (ibidem). Per lo psichiatra inglese, ispirato da Sartre, la famiglia si fonda su una interiorizzazione reciproca dell’interiorizzazione reciproca, cioè su una sintesi operata da ogni membro che va poi condivisa, per quanto possibile, con gli altri componenti. La famiglia è quindi anche un luogo di potere in quanto, come direbbe Foucault, oltre al controllo, c’è anche il momento della produzione: “Come sarebbe indubbiamente facile smantellare il potere, se esso si limitasse a sorvegliare, spiare, sorprendere, proibire e punire; ma esso incita, suscita, produce; non è semplicemente occhio e orecchio, ma fa agire e parlare”. (1997, p. 259).

Gli elementi che paiono rilevanti per il nostro discorso sono almeno due: concordiamo primariamente con il fatto che si ritiene che il riferimento di ognuno, nel pensare e descrivere la propria famiglia, siano le relazioni che in essa si sperimentano. In secondo luogo, c’è un’operazione che chi vuole appartenere alla famiglia deve fare: per appartenere è necessario, in un certo grado, sottostare al potere creatore del sistema. Ciò consiste nell’adeguarsi alla sintesi delle interiorizzazioni delle relazioni. Oltre all’adeguamento ci può essere però anche l’opposizione, la negoziazione oppure la co-costruzione di una rappresentazione delle relazioni della famiglia, per l’influenza ineludibile dell’esterno. Insomma, se per Laing c’è famiglia quando l’appartenenza traccia un confine tra dentro e fuori, dobbiamo ricordarci che sono molte le dinamiche che portano ad una forma di famiglia.

Ma dobbiamo anche pensare che nel momento in cui apriamo una conversazione con un sistema apriamo anche noi stessi e i nostri (del terapeuta) personali significati agli altri, operazione da tenere in considerazione se non desideriamo incorrere nell’errore che Bateson ci presenta quando ci dice che chi esprime un giudizio dice più sé che degli altri: esprime cioè i propri modi di leggere e attribuire significato, mostra come interpreta e assegna il valore di segno a un evento. Tedeschi e americani reagiscono all’insuccesso in maniera differente: “poiché per individui di formazione culturale diversa non si presentano mai le stesse circostanze, è superfluo invocare astrazioni come il carattere [nazionale].” (Bateson, Morale e carattere nazionale, 1976, p. 116)

La mappa e l’apprendimento

Cerchiamo, prima di tutto, di evidenziare il processo di costruzione – nel senso di invenzione, ma ci torneremo più avanti – dei significati che si creano e si vivono in un sistema.

Un primo scopo del genogramma vuole essere quello di evidenziarli, realizzando una mappa; e metterli a disposizione della conversazione. Ma la mappa è una rappresentazione? In effetti Bateson intendeva dire che non si può conoscere l’oggetto in sé, ma possiamo farcene solo un’idea. Il genogramma poi è un’idea visiva, con molti commenti correlati, quindi rappresentazione di rappresentazioni, fruibili per tutti gli ascoltatori.

Il genogramma è una mappa e non una raccolta anamnestica di informazioni. Mappa nel senso di una modalità di rappresentare il sistema che si vuole conoscere, con le modalità di interazione e relazione che lo caratterizzano. Ed è anche il risultato di un processo: il processo effettuato per conoscere il sistema, frutto delle azioni del terapeuta e della sua interazione con il gruppo che ha davanti.

La costruzione di questa mappa del sistema si avvicina a un percorso di lettura e decifrazione dell’organismo sociale con cui si sta lavorando. Le caratteristiche del nostro oggetto di studio (ma forse sarebbe meglio dire “Creatura”) sono inscritte nei rapporti tra le persone, nella comunicazione da cui scaturiscono significati. L’interazione genera una comunicazione: così diciamo che interazione e comunicazione sono tra loro embricate, cioè pur essendo entità differenti, emergono dal rapporto che c’è tra loro.

Ancora una volta stiamo descrivendo un processo ricorsivo, di cui possiamo osservare il risultato, la “forma” direbbe Bateson: “risulta chiaro sia che la struttura può determinare il processo, sia che, per converso, il processo può determinare la struttura” (Bateson, 1984, p. 260). Una danza di parti interagenti si potrebbe dire, utilizzando la metafora che usava Bateson per illustrare il processo mentale. Stiamo infatti descrivendo la “Mente”, attraverso i criteri formali elencati da Bateson (Bateson, 1984, cap. IV); “Mente” perché gli individui che compongono una famiglia partecipano ad un processo che genererà pattern, modelli di interazione e modalità di lettura degli eventi.

La sistemica parte dall’accettazione di questo campo epistemologico, “in cui le conoscenze, considerate all’infuori di ogni criterio di riferimento al loro valore razionale o alle loro forme oggettive affondano la loro positività” (Foucault, 1988, p. 12). Se accettiamo questa episteme stiamo osservando come “la danza che crea” – per fare un parallelo con la ricorsività generativa della scienza (Ceruti[6], 1985) – regola le istanze individuali, con il primato della relazione sull’individuo; si generano così, nel sistema e nei suoi componenti, dei cambiamenti durevoli, ciò che nel pensiero di Bateson è l’Apprendimento.

Un primo tipo, l’Apprendimento 1, ci è descritto come un cambiamento che avviene all’interno di un contesto che si assume costante. Un individuo imparerà che gli stimoli si presentano sempre nello stesso contesto, restando costanti anch’essi, ed emetterà la stessa risposta. Non è però in questo ambito che possiamo comprendere come si organizzi il sistema.

Questo livello di apprendimento esclude circostanze quali il gioco, la fantasia, le rappresentazioni teatrali (drammi, tragedie, commedie), il sogno, tutti esempi o metafore di ciò che avviene tra due persone quando si incontrano, siano marito e moglie o madre e figlia. Restare nell’Apprendimento 1 ci costringerebbe a ridurre il comportamento interpersonale all’interazione, alla descrizione di una o più sequenze di azioni (Fruggeri, 2002, p. 10), al botta e risposta di una persona verso un’altra. Le metafore appena proposte ci danno più possibilità di riflessione. Bateson le ascrive all’Apprendimento 2, “un cambiamento correttivo dell’insieme di alternative entro il quale si effettua la scelta” (1976, Le categorie logiche dell’apprendimento, p. 319); e un cambiamento della segmentazione della sequenza dell’esperienza: un’azione può essere vista come stimolo o risposta, è la persona che sceglie quale senso dare a un’azione. L’aspetto di apprendimento sta nel fatto che diviene costante il modo in cui un individuo segmenta un’esperienza, attribuendo così alle azioni, ai comportamenti e agli eventi che la compongono il ruolo di stimolo, risposta o rinforzo. In sintesi l’Apprendimento 2 si esplica nell’acquisizione, da parte di un individuo, di un particolare modo di attribuire significato e di rispondere agli stimoli. Il comportamento interpersonale è allora funzione dei significati che vengono attribuiti alle azioni: “la sequenza di interscambio che si sviluppa tra due persone [viene] strutturata soltanto dalla percezione che la persona stessa ha della sequenza come di una serie di contesti, ciascuno dei quali conduce al successivo. Il modo particolare in cui ogni singola persona struttura la sequenza sarà determinato dall’Apprendimento 2 già esistente in quella persona” (ibidem, p. 327).

Una coppia

 

Maurizio e Angela sembrano una coppia rodata. 62 anni lui, 59 lei, hanno costruito una vita insieme. Ma sono in crisi. Eppure l’incastro che li ha tenuti insieme sino ad oggi ha funzionato.

Lei, dopo la morte del padre, sopravvenuta quando ha solo 6 anni, diventa una bambina al centro dell’attenzione, la luce degli occhi di sua madre e sua zia. Lui invece era un bambino solo, orfano di madre dall’età di 3 anni; quando il padre si risposa viene allevato da una donna fredda.

In Angela trova una donna che vuole essere il centro della sua vita; lui la fa sentire ancora come la “luce degli occhi”, dei suoi occhi, da quando si mettono insieme. Lei gli è grata, dandogli il ruolo di chi è indispensabile, ma solo per quanto la fa sentire centrale. Potremmo riconoscere qui la proprietà emergenti della coppia a partire dai significati di partenza di Maurizio e Angela.

Il marito la fa sentire centrale anche nel ruolo di mamma. ben presto però Maurizio perderà il ruolo di chi illumina: il sole è diventato il figlio, Cesare, che nel tempo acquisisce anche il compito di fare da ritorno narcisistico delle aspettative dei genitori.

I coniugi arrivano in terapia proprio quando si compie il percorso emancipativo del figlio, un evento che pare portare con sé varie delusioni: per Angela viene a mancare una fonte di luce, per Maurizio c’è la delusione di una promessa: lui pensava che “quando Cesare sarebbe diventato grande sarei tornato ad essere il faro di mia moglie”. Cesare invece prima si allontana da casa per terminare i propri studi. Poi, sull’onda della carriera,  cambia nazione. Ma il crollo della coppia e la fine delle loro speranze giunge quando Cesare fa una scelta missionaria, che ben si accorda alla sua professione di medico. Il figlio fa questa scelta all’oscuro dei genitori, anche perché come dice lui in una seduta in cui è invitato, “la mamma non me lo avrebbe permesso”. La moglie diviene triste e si arrabbia col marito attribuendo a lui la “fuga” del figlio, che per Cesare è invece una scelta.

Maurizio e Angela, nelle fasi conclusive della terapia, sembrano risposarsi. E ciò avviene quando lei si permette di essere nuovamente al centro della vita del marito; mentre lui pur dedicandosi alla moglie quando è con lei, mantiene contatti frequenti e più incentrati su un rapporto tra due adulti, con il figlio.

In questo caso mi pare ci sia un buon esempio di Apprendimento 2 che si conferma quando Maurizio e Angela formano la loro coppia e appagano le loro aspettative emotive. La proprietà emergente li conferma e viene poi restaurata quando la trasliamo nel tempo, mostrando sul genogramma che ci sono delle ricorsività temporali tra la coppia agli inizi e la coppia di oggi: prima il marito si sacrifica per la coppia madre-figlio, poi si allea con la moglie contro il figlio. Infine si ristabilisce la coppia, con le premesse che l’hanno costituita.

La costruzione del genogramma

Nel genogramma la nostra attenzione cade sugli Apprendimenti 2 che i membri di un sistema hanno acquisito nel corso della loro storia.

Sono le stesse persone che ce li forniscono. “Quando abbiamo occasione di descrivere i singoli esseri umani, sia lo scienziato sia il profano fanno comunemente ricorso ad aggettivi che riguardano il carattere. Si dice che il signor Rossi è dipendente, ostile, pazzo, pignolo, ansioso […] descrivono esiti dell’Apprendimento 2” (Bateson, 1976, p. 325). Come anche Bateson rileva poco dopo, possiamo anche andare oltre e cercare di stabilire come si sono prodotti questi elementi di Apprendimento 2.

Nel caso precedente la moglie è vitale ed esuberante, le parole con cui il marito la descrive quando la ha conosciuta; a noi lei pare assumere queste caratteristiche per quanto renda vitale la vita degli altri, e si senta incoronata del ruolo della “vitalizzatrice”: prima di sua madre e sua zia, poi del marito, infine del figlio (in uno scambio alla pari). Dopo la terapia nuovamente il marito. Da notare che quando è mancato il contesto di “vitalità relazionale” la moglie ha tentato il suicidio.

Bisogna notare che un’informazione sulla forma dell’apprendimento ci è data da chi usa gli aggettivi o le descrizioni: cioè, chi descrive il comportamento di un’altra persona ci sta soprattutto mostrando in quale modo attribuisce significato al comportamento degli altri. E questa operazione comporta che si sfruttino positivamente, nel farli emergere, i set di significato di ogni “cultura individuale” o,  come direbbe Foucault, del discorso di ogni individuo.

Quando raccogliamo la storia delle persone che compongono il sistema oggetto del nostro interesse, possiamo scomporre l’atteggiamento di ciascuno e cercare di stabilire dove costui abbia imparato, o si sia formato, un’abitudine ad attribuire un particolare significato a certi eventi. Se ci concentriamo su questo processo, stiamo cercando di “aprire” un Apprendimento 2; con lo scopo di vedere dove tale modalità di significazione si sia formata. Cerchiamo così di comprendere quale sia la lente di lettura dei contesti relazionali cui una persona si affida; e, nel contempo, quale modalità di risposta agli eventi ne discenda.

Ad esempio, nel caso i cui una persona venga definita “dipendente” ci si può preoccupare di capire come si rapportava agli altri chi la definisce così o che tipo di comportamenti venissero apprezzati e quali disprezzati. Riferendoci alla persona “dipendente” ci si può chiedere cosa avesse comportato, nelle sue relazioni del passato, che lei assumesse dei comportamenti autonomi e cosa otteneva invece affidandosi agli altri: temeva di prendere delle responsabilità o fare delle scelte? o ancora, se la dipendenza sia stata rinforzata da critiche o sensi di colpa nel momento in cui la persona metteva in atto comportamenti autonomi.

Nel caso precedente la vitalità della moglie, qualità definita dal marito, apre, per differenza, alla solitudine che il marito ha vissuto nella propria vita, da figlio orfano prima, bambino poco accudito e da marito che, con l’arrivo del figlio si vede togliere il ruolo di “primo fan della moglie”. Anche il ruolo paterno gli porta freddezza e distacco, poiché il rapporto madre-figlio è privilegiato, – Cesare infatti è un bambino che dovrà vivere diversamente da lui, amato e accudito – e lui non si oppone a questa gerarchia di importanza, al punto da non ritagliare uno spazio per sé e la moglie.

Genogramma: mappa, matrice e altro

Il genogramma, oltre che come una mappa, può essere letto come una matrice. Questo termine, derivato dal latino, riporta al significato di origine, causa prima, occasione da cui origina un fenomeno; e poi ancora utero[7]. In biologia il termine rimanda a un gruppo di cellule che presiede alla riproduzione di un tessuto. Se ci rifacciamo a Bateson (1997) questi ci dice che “la matrice, in fin dei conti, è un’epistemologia e, in particolare, è un’epistemologia ricorsiva; allo stesso tempo è un’epistemologia della ricorsività, un’epistemologia di come appaiono le cose, di come dobbiamo capirle quando sono ricorsive, quando tornano di continuo a mordersi la coda e a regolare il proprio inizio.” Con questa frase, inserita in un articolo in cui Bateson sembra spiegarci come sia nata la propria epistemologia, ritorniamo alla maggior parte dei discorsi affrontati precedentemente.

Pensare che un individuo porta in sé la propria epistemologia, e che questa è anche una matrice ci porta a vedere che ogni persona avvia il proprio processo di crescita e di evoluzione all’interno di un ambiente fisico e di un ambiente culturale, una struttura comunitaria all’interno della quale avviene uno scambio tra le persone. Lì crea la propria epistemologia, dal contesto si fa formare e su di esso incide. L’individuo è il nodo di una rete, il punto d’incontro di più influenze, il risultato dell’incrocio tra trama e ordito. Bianciardi (1998) usa la precedente metafora per parlare del “con-textus cibernetico”, una relazione complessa e articolata tra un tutto e i suoi componenti. Con questa nozione di contesto, ci può apparire particolare la condizione dell’individuo, “il quale – lungi dal poter com-prendere dall’esterno i contesti cui partecipa – vive e sperimenta il proprio punto di vista come necessariamente al centro dei propri contesti relazionali ed esistenziali” (Bianciardi, p. 34).

Se organizziamo il genogramma[8] in senso verticale, vediamo che nella parte alta dello stesso ci sono le generazioni precedenti, mentre nella parte bassa sono posizionate le generazioni future. Possiamo così confrontare un Apprendimento 2 che appare ad un livello, con la sua presenza o assenza ad un altro livello. Inoltre si può vedere se ci sono state altre agenzie, oltre alla famiglia, che hanno dato un apporto significativo alla persona per mantenere o annullare tale modalità di lettura e comportamento. Si può cioè constatare che alcune caratteristiche – il più delle volte definite dai clienti come “carattere” – sono scomparse mentre altre sono comparse; secondo il principio, più sopra evidenziato, delle proprietà emergenti frutto dell’interazione. In senso diacronico le generazioni ci permettono di creare le differenze, le informazioni, e ci danno facoltà di aprire un dialogo con i nostri clienti. In senso sincronico invece le differenze vengono dalle molteplici descrizioni di un comportamento e di una relazione, informazioni che emergono con le domande circolari, con l’osservazione di uno schema uguale per tutti ma non per tutti con lo stesso senso. Siamo nel pieno di un processo di decostruzione e costruzione, non solo delle storie dei singoli, ma anche del modo in cui partecipano alla vita del sistema. Proponendoci di mantenere alcuni elementi dell’organizzazione pur modificandone altri ci possiamo chiedere come far emergere modalità alternative di connettersi, cioè scelte di comportamenti all’interno di altri contesti.

Torniamo ora al concetto di matrice. Bateson ci dice che “è un’epistemologia e, in particolare, è un’epistemologia ricorsiva; allo stesso tempo è un’epistemologia della ricorsività, un’epistemologia di come appaiono le cose, di come dobbiamo capirle quando sono ricorsive, quando tornano di continuo a mordersi la coda e a regolare il proprio inizio” (Bateson, 1997, p. 303).

Nel redigere il genogramma siamo di fronte a due processi, ricorsivi tra loro: il primo, la costruzione dei significati realizzato dai membri della famiglia durante la loro vita, e il secondo, mentre si disegna il genogramma[9], di ricostruzione delle proprietà emergenti dal sistema, insieme al sistema, attraverso le storie che i suoi membri raccontano.

Possiamo ritenere che siano accomunati e fondati sugli stessi passi, elementi, operazioni; incappando nuovamente “in un nodo che unisce l’osservatore con la cosa o con l’oggetto dell’osservazione” (Foerster, 2001, p. 110).

Proprio per questo il genogramma trova una sua ragion d’essere nella terapia sistemica e non solo nelle terapie intergenerazionali. Perché ritengo che il processo della sua costruzione, dia l’opportunità per identificare le vecchie narrazioni, scomporle – attribuendo ad ogni membro del sistema la sua parte – ridefinirle e trovarne di nuove.

Attorno a un sintomo, alla sua apparizione e al suo manifestarsi (quando, con chi, in che modo) si raccolgono sempre delle storie, ed ogni membro del sistema le racconta mostrando una certa differenza. Ma queste descrizioni non sono solo attorno al sintomo, bensì portano con sé anche altri personaggi, altri fatti. Unendole insieme ne viene un tessuto fatto di tante tessere, quasi un puzzle, che rende il sintomo una delle proprietà emergenti, come l’unione delle tessere fa emergere una figura. Porre un tassello di fianco all’altro è, metaforicamente, l’intreccio che viene dall’ascolto delle storie: è il processo di confronti per differenza proprio della costruzione del genogramma. Se riusciamo a mostrare che un particolare comportamento emerge dall’interazione, abbiamo la possibilità di spostarci, insieme ai clienti, da una logica lineale a una circolare, primo passo perché l’intervento sistemico si compia: annullare la differenza tra chi è l’oggetto e chi il soggetto di un’azione, poiché l’azione viene da entrambi. Questo primo aspetto si unisce al suo aspetto complementare: rimandare a colui che porta il comportamento definito “sintomo” la possibilità di tornare ad essere protagonista della propria azione, modificandola.

Invenzione di una mappa

Come accennavo più sopra, voglio parlare di “invenzione”, per il senso che ne dà von Foerster con il suo lavoro “Sulla costruzione di una realtà”(1973). Il cibernetico austriaco parlava di realtà inventata – da cui il titolo del libro di Watzlavick, (1980). Von Foerster sottolineava spesso che noi non percepiamo qualcosa che “è già”, esiste già fuori e indipendentemente da noi, e quindi è data; invece ognuno di noi inventa qualcosa, computando sensazioni, ricordi e desideri futuri. Ciò implica che la “realtà”, non a caso tra virgolette, di una persona, trovi la stessa validità e legittimità di quella di un’altra persona. Quindi la costruzione dell’appartenenza alla famiglia, operata dai suoi membri, è frutto del loro lavoro di computazione e sincronizzazione di comportamenti, segni e significati. Il risultato sarà che molti aspetti della vita di quel sistema saranno accettati dagli elementi che lo compongono; nel senso che quando gli esseri umani di un certo gruppo sociale si trovano ad interagire liberamente tra loro, generalmente cercano di sviluppare un qualche accordo. Se poi parliamo di famiglia, spesso questa fonda la propria esistenza sull’appartenenza, cioè su una differenza: accettare alcuni principi e modus vivendi definisce a priori se si è dentro o fuori da questo organismo sociale. Una caratteristica della nostra cultura occidentale, dove la protezione – e talvolta il potere – si fondano sul consolidarsi dei legami di sangue[10]. Forse qui ritorna il “discorso” foucaultiano?

La stessa ideazione di un accordo e appartenenza ritorna nel momento in cui, durante un incontro, diamo forma al genogramma e creiamo una descrizione di quanto avveniva molto tempo fa o accade tuttora. “Il passato non è ricostruibile, ma soltanto descrivibile da noi, con l’aiuto del linguaggio” (Foerster, 2001, p.157). Il nostro, ci mette in guardia dal ritenere che si possa raggiungere la “verità”, noi stessi siamo una componente del risultato del processo di osservazione. Parlare di realtà inventata non è certo un elemento per sminuire il racconto dei nostri clienti, tanto meno vuole essere un richiamo ad un presunto relativismo. Per dirimere eventuali dubbi ci possono essere utili le parole dello stesso von Foerster: “concepire il mondo come un’invenzione significa vedersi quale suo creatore; nasce la responsabilità per la sua esistenza” (ibidem, p.26). Nella terapia lavoriamo sulla mappa dei nostri clienti, inventandola con loro. The map is the territory!

Ma c’è comunque un confronto, nel genogramma: tra la rappresentazione personale di ognuno della realtà (e non una realtà esterna indipendente da noi) e la rappresentazione che ognuno fornisce descrivendo la sua vita, nell’implicita interpellazione che accetta entrando in terapia e lo fa diventare attore della conversazione. Trasportare queste considerazioni al nostro caso comporta che le “realtà” di ognuno trovino, nel momento della costruzione del genogramma, uno spazio per confrontarsi e un luogo per fermarsi, rimanendo, pur con le loro diversità, sul foglio che contiene il genogramma; e, senza la pretesa che si crei una versione unica di essa. Ricostruire i significati è un po’ come raccontare una storia su come si è venuto a creare un “io” e un “noi”, intesi come entità che sorgono da una interazione sociale. Quindi passare da una rete di relazioni a uno schema di relazioni, per arrivare infine a una matrice di significati.

Stare sul versante dell’ “io” ci porta a vedere quali aspetti e situazioni hanno definito e scolpito una persona, cosa un individuo ha incluso nel proprio modo di essere e di divenire, cioè come dà senso al mondo che lo circonda per porsi in rapporto con esso. Se stiamo sul versante del “noi” possiamo mettere a fuoco l’intrico di rapporti, i comportamenti e le risposte ad essi. E anche il significato che due persone danno al loro legame e il significato dato da un terzo: la risposta a una domanda circolare triadica, visualizzata sulla carta piuttosto che ascoltata.

Il genogramma e l’ipertesto

La conversazione terapeutica non si sottrae alla possibilità di essere policentrica e con più evoluzioni possibili; storie che divengono effettive in mille modi, a partire da una storia “attuale”, ma anche statica. Di ciò ci parla più volte Giuliani (2002, 2006, 2009), identificando negli scopi della conversazione che cura sia il deuteroapprendere a raccontare, sia il mobilizzare il sistema di significati.

Il racconto costruito tra terapeuta e sistema è un ipertesto, dove tutti possono intervenire. Nella conversazione si possono introdurre tutti, interpellarsi con domande e rispondersi con silenzi, segnalando così i percorsi che si possono seguire e quelli che invece sono interdetti; nella conversazione e nelle pieghe che essa prende, sono implicitamente inseriti i cammini che essa può prendere, e quindi il testo che ne viene. I link, sono ciò che viene riconosciuto come un “segno”; e non è detto che tutto sia presentato come segno, che si riconosca che quel segno darà buoni frutti piuttosto che un segno sia il tentativo di qualcuno di dirigere la conversazione verso un territorio che si sente di controllare, creando così esclusione, interdetto, impensabilità. “Perché ci sia segno bisogna che qualcosa abbia significato […]un oggetto fuori posto diventa segno, per esempio, se interpretato come l’intrusione di un estraneo”. (Ponzio, 2005, p. 11)  “Dal momento che da ogni stesso interpretato si diramano più percorsi interpretativi, ogni segno è sempre più o meno plurivoco” (ibid. p. 12).

La conversazione non è lineare, somiglia piuttosto al gioco degli scacchi: all’inizio, l’apertura, porta con sé solo otto possibili mosse, ma già dal secondo turno le mosse possibili lievitano esponenzialmente. La conversazione è anche reticolare – e qui torna l’idea di matrice – per le connessioni, oltre che con quanto detto prima, tra elementi del presente con elementi del passato, o del futuro.

Emblematico il caso del signor Carlo, lui e la moglie chiedono una terapia di coppia per i forti litigi che raggiungono un culmine improvviso quando lui fa capire alla moglie che potrebbe anche  ucciderla e uccidersi. Da circa un anno, da quando Diego, il secondo figlio, ha iniziato le scuole elementari, Gabriella ha un nuovo impiego, mentre Carlo, piccolo artigiano, è in crisi col lavoro; vorrebbe che la moglie stesse a casa, piuttosto che rientrare tardi nel pomeriggio. Così Gabriella è preoccupata per le minacce di Carlo, entra lei in una profonda crisi e piange spesso. Dopo esserci chiesti chi dei due sia più depresso entriamo nella storia di Carlo: c’è una famiglia patriarcale, col padre operaio e la madre casalinga, ruoli ben precisi, dove la stima si distribuiva per quanto ciascuno poteva aderire al modello: l’uomo offre il sostentamento, la donna l’accudimento. Un bel cortocircuito col presente di Carlo!

Lui vuole che la moglie smetta di lavorare. Vuole essere lui quello-che-porta-i-soldi-a-casa/quello-che-porta-i-pantaloni: secondo una corrispondenza biunivoca tra questi due aspetti, che si riassume con “l’uomo di casa”; e che diventa “l’uomo d’altri tempi”. In questa descrizione sembra che si uniscano, come link, il “lavoro” di Carlo con il “lavoro” di suo padre, Cesare. Carlo annuisce, è giusto così, dice. Ma ci rimane male quando gli si prospetta che anche lui attivamente si allontana dal vecchio modello di uomo. Carlo, sotto sotto, rinuncia al lavoro, solo apparentemente cerca di modificare i rapporti con i clienti e non prende in considerazione la possibilità di trovarsi un lavoro dipendente, più sicuro. Se ora trovasse più lavoro la moglie sarebbe più tranquilla, lui stesso, soddisfatto di sé, forse dimenticherebbe le minacce di suicidio. Come fa a rimanere un uomo d’altri tempi se interpreta lo scansafatiche? Ma forse è meglio così, altrimenti dovrebbe ammettere a se stesso che la famiglia può funzionare bene anche se la moglie ha una vita sociale e personale. Al di là di questa ironia, rimane il fatto che il figlio maggiore, Pietro, non riconosce il padre, ma rimanda più volte che si sente giudicato da lui, si ritiene non adatto; e cerca di fare cose grandiose, arrivando sempre al fallimento. Ora il link si sposta a “crisi del lavoro”, figlio “bocciato” e “soddisfazioni” della moglie.

Una storia simile al film “Onora il padre e la madre”, dove lo spettatore riesce a costruire le vicende emotive dei protagonisti, solo quando unisce, come tasselli di un puzzle, le storie individuali, che il regista porta sulla scena come azioni e immagini. Il senso delle vicende dei singoli e il sistema interpellato, che il terapeuta-regista  trasferisce sul foglio.

Nel reticolo non lineare della temporalità diventa efficace descrivere la situazione dei nostri clienti come paradossale, affidandosi a significati del passato che si cerca di raggiungere con scelte per il futuro, mentre dalla storia ricostruita emerge che il sistema sta creando un presente bloccato – “perfetto”, direbbe Cecchin – una linearità temporale[11]. Ma noi siamo alle prese con un reticolo non lineare, perché i significati si modificano nelle interazioni e le conversazioni bypassano la linearità temporale. Un reticolo perché le descrizioni sono proposte, ipotesi sistemiche che divengono spunti per la conversazione, moltiplicando ricorsivamente le strade che essa può prendere. Un reticolo perché, virtualmente, invita alla conversazione terapeutica, sottoforma di simboli, disegni e immagini, tutto un insieme di relazioni: una materialità significante.

Nuove storie nascoste nel disegno del genogramma

Quando ce ne andiamo in giro per la strada, siamo spesso richiamati da cartelloni pubblicitari, da fotografie ma anche da cartelli segnaletici e da una moltitudine di segni visivi. E poi ci sono libri e giornali, con foto e illustrazioni, la televisione e il cinema; per concludere con internet: le vicende e gli eventi del mondo arrivano al web e si concretizzano su un video. Nella nostra civiltà le immagini ci accompagnano sempre, in una maniera sicuramente superiore a come avveniva trenta anni fa. Casellato (2006) ritrova nelle immagini tre funzioni: una rappresentativa, una pragmatica e una estetica o poetica. La prima ci rimanda gli aspetti essenziali di descrizione di un oggetto; la funzione pragmatica indica quale vuole essere l’effetto dell’immagine, “ciò che l’immagine mi chiede precisamente di fare” (op. cit., p. 218).  Immagini particolari sono le istruzioni di montaggio, dei mobili (più chiare) e dei giocattoli sorpresa delle uova di cioccolato, meno chiare. Le prime hanno uno scopo pragmatico che si realizza nella costruzione corretta del mobile, le seconde chiamano l’utilizzatore del materiale ad uno sforzo cognitivo, ad una sfida, ad un gioco. Un’altra differenza la ritroviamo nelle raffigurazioni delle posizioni Yoga: ciò che è raffigurato su libri o giornali specializzati in materia, non raggiunge di per sé un risultato, poiché vediamo immagini che risultano efficaci se arrivano a persone che hanno un retroterra culturale per comprenderle.

La funzione poetica o estetica invece si riferisce all’effetto che certe immagini assumono. Immagini evocative, che possono innescare riflessioni, dare la scintilla perché un processo evolutivo si generi.

Funzioni che possono andare a braccetto e una buona rappresentazione estetica probabilmente sarà anche efficace per generare effetti negli osservatori.

Il genogramma classico forse non è particolarmente evocativo. Ricordo, a tal proposito, l’esperienza di un seminario sul genogramma di gruppo, molto vicino al genogramma paesaggistico (Pluymaekers, Hanquet, 2001). Ricordo che io avevo realizzato un genogramma classico, fatto di quadrati e cerchi, decorati con figure, fiori e simboli. Mi ero limitato ad arricchire la struttura familiare con degli elementi decorativi che caratterizzavano i membri della famiglia presenti sul genogramma. Gli altri partecipanti all’esperienza avevano creato rappresentazioni molto vicine a schizzi e pitture. Talvolta sembravano rappresentazioni di storie, che solo l’autore dell’immagine poteva raccontare, e che erano la sua narrazione della propria famiglia e delle sue vicende. Queste differenze esprimono le differenze nelle funzioni delle immagini più sopra presentate. Un aspetto rappresentativo forte permette di rendere fruibile a tutti alcune informazioni: tutti sapevano chi c’era nella mia famiglia e si potevano fare un’idea di alcuni aspetti caratteristici loro, mentre i disegni degli altri dovevano essere spiegati dall’autore. L’aspetto pragmatico, una sorta di “istruzioni per l’uso del sistema”, permette tanto che il terapeuta si rivolga agli esperti del sistema, come fossero maestri yogi, tanto che anch’egli possa dire la sua. E l’aspetto estetico? Nel genogramma appaiono note, date, croci, commenti e linee che indicano la qualità dei rapporti; gruppi di persone, e le loro implicite differenze di stile e di modi di pensare e agire. Paradossalmente, anche quando la rappresentazione è condivisa da tutti, emergono le differenze di senso che ogni osservatore attribuisce alle vicende e agli attori delle storie che ci si racconta.

Sartre ci dice che “l’immagine è una forma di coscienza”. Potremmo dire anche che è un presente ricordato. L’immagine è un segno, un elemento che sta per qualcosa altro. Per disegnare il genogramma si fissano con le persone le regole grafiche, che poi saranno anche la fonte dell’intesa tra tutti i partecipanti al colloquio terapeutico. La rappresentazione diviene un ponte tra il linguaggio e il mondo non linguistico, come le emozioni che si riescono a dire meglio raccontando storie o episodi, e così assumono anche una funzione poetica. Nel genogramma tradizionale le richiamiamo, rappresentandole con colori, date, piccoli disegni riassuntivi posti a fianco di chi esprime quei particolari contenuti. Elementi che sono link, collegamenti ad un testo che rimane in secondo piano: ritorna l’ipertesto. Se tutti possono essere invitati alla discussione siamo di fronte a una moltiplicazione della realtà, al giustapporsi di testi e storie che descrivono gli stessi rapporti. Questo ci richiama Reiss: una famiglia assume una propria stabilità affidandosi a racconti di storie e di episodi significativi, in grado di confermare strutture, ruoli,  posizioni e quindi relazioni e processi. C’è da notare che talvolta queste narrazioni ingabbiano la famiglia, la rendono statica, come se si facesse sempre lo stesso percorso in un ipertesto o come se si leggesse sempre nello stesso ordine la rubrica telefonica.

Facciamo un disegno per trasferire un aspetto esperienziale in un codice; quindi, attraverso un’operazione cognitiva, tradurlo in un contenuto di carattere mentale. Jackobson (1959, p. 57), citato da Basile (2006), parla di “traduzione intersemiotica, che consente l’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di sistemi di segni non linguistici [e anche] la comunicazione tra tipi di codici diversi.” Insomma un ipertesto di significati, da un ipertesto di codici, fruibile da tutti! Perché messo su un foglio pieno di zone luminose, zone buie, dislivelli, scalini, avvallamenti e gibbosità, con alcune regioni dure e altre friabili, penetrabili, porose. Dove segni e parole sul genogramma sono link, possibili punti di snodo di più racconti.

La conversazione diviene un reflecting team (Andersen, 1989), soprattutto se il terapeuta condivide le proprie ipotesi con la famiglia, invitando i suoi membri a fare lo stesso. Rifacendoci a Giuliani (2009) può essere più efficace parlare di “virtualizzazione della realtà” piuttosto che di sua moltiplicazione. Virtualizzazione per i numerosi testi che hanno la possibilità di prendere formaa partire da un testo, o da un segno. Tornando al film “Onora il padre e la madre” ognuno di noi potrebbe realizzare una piccolo riassunto degli eventi e probabilmente ci sarebbe un certo accordo attorno al fatto che due fratelli si mettono d’accordo per realizzare una rapina. Ben diverso è ciò che emerge dall’indagine di ogni singola esperienza e dall’esplorazione dei vissuti di ogni singolo personaggio che emergono dalle relazioni che ha con gli altri. Se prendiamo in considerazione le possibili descrizioni della storia individuale di ogni personaggio ci troviamo nel processo della virtualizzazione, facendo così l’esperienza di una complessificazione molto arricchente.

Nuove storie da immaginare

C’è anche chi vede la storia passata in termini filo/psico-genealogici; alla base di questa visione si ritiene che alcune strade che prendiamo o che abbandoniamo, i nostri desideri e i nostri fallimenti, siano in qualche modo connessi, attraverso un filo invisibile, alle esperienze dei nostri antenati, alle generazioni a noi lontane. Implicitamente tali idee sembrano dire che, conoscendo una genealogia, la sua storia, le sue vicende singolari, che hanno lasciato un segno, sia possibile risolvere i dubbi circa le nostre scelte nel presente;  se i nostri progetti, le nostre disavventure e le nostre malattie siano frutto di un’eredità del passato, collegate alle esperienze degli avi. Sappiamo già, come più sopra evidenziato, che c’è anche la possibilità di invertire l’ordine del tempo o considerarlo non lineare.

Tra chi ha indagato maggiormente queste influenze ricordiamo Shützenberger. L’autrice nei suoi lavori mette in luce come alcuni eventi si riverberino per generazioni (1993), o che altri, poco raccontati, se non addirittura sottoposti a un diniego, facciano sentire la loro influenza scomoda. L’autrice fa riflettere sul fatto che chi ci ha preceduto ci lascia in eredità problemi non risolti, traumi non “digeriti”, segreti indicibili. “Ciò che è traumatizzante sono le emozioni provate e le parole trattenute […], secretate di generazione in generazione” (2006, p. 88) e il trauma viene espresso col corpo, o sul corpo, attraverso la voce di un antenato. Diventa allora necessario tirare fuori l’impensato ma reale, lo scheletro dall’armadio o, come dicono due psicoanalisti francesi, il fantasma dalla cripta (Abraham, Torok, 1983) e dare corpo, o parola, alla descrizione di un significante occultato, alle ferite non rimarginate. Un percorso che per la psicoanalisi si muove verso l’inconscio. Ma che senso ha parlare di inconscio per un sistemico? Forse inconscio non è la parola migliore e si potrebbe parlare ancora di matrice di significati, poiché spesso “le emozioni provate e le parole trattenute” sono di chi è presente sul genogramma ma non è presente in seduta, perché già morto o assente, ma fa comunque sentire la sua voce.

E si può parlare anche di contesto: quel reticolo che fonda l’individuo e lo rende etero-fondato, fondato in più luoghi e non in se stesso: da “io sono io”, l’idea che la nostra società spinta all’individualizzazione ci fa assumere, a “io è un altro”. Facendo un’incursione nel pensiero sociologico scopriamo che, secondo U. Beck (2008), la nostra è una società differenziata a livello funzionale, in cui l’individualizzazione spinge ad un’autoriflessività del soggetto e a un’autofondazione dei propri modelli: lontani da ogni tradizione, “la vita si vive senza modelli storici di riferimento” (p. 22). Per questo Beck sottolinea come l’individuo non è più il centro della propria esistenza poiché “la propria vita appare il luogo di confluenza di innumerevoli infinità” (p. 45); l’individuo è il dividuum, il divisibile, e “l’unità non è altro che la forma narrativa di una molteplicità infinitamente frammentata e di correnti e crocevia esistenziali contradditori” (p. 46). Come non essere d’accordo? Il primato della relazione ci dice che “io di fronte a un altro” mi deformo, proprio per la presenza dell’altro. La “purezza sistemica”, ci ricorda Boscolo, “la vedi […] nell’idea che ciò che abbiamo messo dentro [in una interazione, in un dialogo] è quello che abbiamo appreso nella relazione” (in Mosconi e Peruzzi, 2008, p.13). Butler (2005) avanza l’ipotesi, con Laplanche, che gli esseri umani sono decentrati anche dentro di sé; gli altri lanciano messaggi che portano a confondere l’altro e me; inoltre i nostri desideri sono generati in una o più relazioni, e sono quindi desideri condivisi.

Ibsen in “Casa di Bambola” ci racconta il percorso che una donna compie per rendersi conto di ciò che appartiene a lei e ciò che viene dagli altri e dal tessuto sociale. Quando Nora, si rende conto di quanto le premesse del marito, in cui lei è inscritta, hanno inciso sulla sua vita, e la cristallizzano in un “vestito di bambola”, decide di lasciarlo: Nora rifiuta così l’immagine di se stessa che queste premesse creavano. Torvald, il marito, se vorrà mantenere il matrimonio dovrà riconquistarla, pensandola come un essere umano come lui.

Analizzando le idee psicoanalitiche, Butler (op. cit., p. 76) dice che “l’inconscio non è qualcosa che si possiede. È piuttosto ciò che non posso possedere”. Questo “inconscio” potrebbe venire a configurarsi con l’idea di “Io oggetto” lacaniano (Di Ciaccia, Recalcati, 2000), cioè della nostra inconsapevolezza di essere frutto di identificazioni di altri, di racconti altrui, di fare nostre le aspettative e le premesse di chi ci circonda e ci alleva. Un’idea in sintonia con la costruzione sociale della nostra realtà. Siamo “esseri eterotopi”, apparteniamo ad altri luoghi e non solo a noi stessi. Ci illudiamo di avere un confine mentre siamo influenzati e talvolta determinati dall’Altro. Eterotopi e eteronimi di noi stessi per il contesto culturale in cui siamo immersi che è dato per scontato, talvolta occultato, nascosto dalla abitudine, ma che, una volta svelato, può creare occasione di scelta in chi ne vede i confini. Si può trovare una connessione con l’idea di discorso foucaultiano: “il contesto linguistico, culturale e disciplinare in cui la conversazione (interlocuzione diretta di due corpi) è già sempre vincolata, la condizione che rende i corpi in conversazione corpi docili (Barbetta, 2007,  p. 9).

Gaspari (2008) propone, per distinguere tra le voci degli altri e la propria, l’utilità di “lavorare con un concetto di sé più articolato: un sé complesso e analizzabile nei suoi poliedrici aspetti” (p. 124). Pensiamo a che effetto potrebbe avere un contesto che si fa attraversare dai discorsi possibili, che parte da una coerenza[12] (Pearce, 1993) – la storia ricostruita col genogramma, ma una storia “bloccata”, “eroica” – e si apre al mistero[13] (Pearce, ibidem) – le storie virtualmente presenti – avvicinando ogni persona, terapeuta incluso, al mondo dell’immaginario, “il regno della parola vuota” (Barbetta, 2007, p. 149). Cioè aprire la narrazione alla fantasia, giustapponendo le descrizioni di un individuo con le descrizioni degli altri e con le nuove possibili ipotesi, da tutti tracciabili e tra tutti condivisibili.

Parliamo qui di una conversazione che parte dal genogramma e si propone di costruire, una serie di storie narrate. Parte da una ricostruzione se ogni persona, nel genogramma viene spinta a riconoscere quanto gli “altri”, “l’Altro generalizzato”, ha creato l’ordine del discorso. “Con Foucault potremmo dire che l’Altro è il discorso che costituisce corpi docili” (Barbetta, 2007, p. 130). Attraverso il terapeuta e la presenza di un’immagine che è un presente ricordato ogni persona può essere accompagnata a chiedersi quanto sia definita e determinata dagli altri, da chi lo circonda, dai vari contesti e dalle conversazioni; quali siano i confini del discorso, poiché “il discorso è nell’ordine delle leggi; che da tempo si vigila sulla sua apparizione […] e che se gli capita d’avere un qualche potere, lo detiene in grazia nostra” (Foucault, 1970, p8). Cioè il discorso è ciò che si ritiene implicitamente corretto e ammissibile, senza sottoporne a verifica la plausibilità, e stabilisce così cosa fare, dire, come spiegarsi gli eventi, come attribuire senso. Poiché “in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurarne i poteri e i pericoli, di padroneggiarne l’evento aleatorio” (ibidem, p. 10). In ogni famiglia ci si mette d’accordo su quale sia il dominio del discorso, l’ambito delle possibilità; ma ogni famiglia (e ogni suo membro) è anche soggetta a una cultura a cui aderisce senza chiedersi se la ha scelta.

Effetto di questa molteplicità, moltiplicata dall’immaginario: aumento delle possibilità, come ci insegna von Foerster, apertura all’ermeneutica, ma anche indeterminazione, ricerca di una coerenza, ma anche apertura alla fantasia delle ipotesi di tutti; il riconoscimento, realizzato, della possibilità di ogni partecipante alla conversazione di dire la propria, accettare o rifiutare. L’ipotesi è un dialogo, come Bertrando e Arcelloni ci mostrano (2008). Tanto più se, come indica Barbetta (2007), manteniamo una posizione “perlocutiva”, dove l’atto linguistico si configura come “una proposta, una protesta, una domanda” (p. 29).

E questo dialogo diventa un processo per stimolare la curiosità: ogni racconto può avere tale funzione, se interpellati dal racconto dell’altro ci sforziamo di sostenerlo, per andare a costruire la mappa che rende possibile la sua plausibilità. Kundera attribuisce un compito simile al romanzo, la cui funzione può essere quella di invitare “il lettore a essere curioso dell’altro da sé e a cercare di capire verità diverse dalle sue” (Kundera, 1994, p.18). Nell’ascolto dell’altro si apre la possibilità per un salto quantico, per vedere le cose dal di fuori, da una posizione diversa da quella che occupiamo abitualmente. E diventare Altri che danno diritto di cittadinanza ai propri desideri e a quelli dei nostri interlocutori.

Bibliografia

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[1] Psicologo, Psicoterapeuta sistemico relazionale, consulente ASL di Milano – Centro di Terapia Familiare, collabora con il Centro Milanese di Terapia della Famiglia, gianluca_ganda@inwind.it

[2] La riflessione che qui presento prende l’avvio dai numerosi seminari sul tema del genogramma, condotti insieme a Massimo Giuliani, cui va un ringraziamento speciale. Inoltre si avvale delle riflessioni condotte insieme a Gabriela Gaspari, Cinzia Giordano, Francesca Nasuelli, Patrizia Frongia e Paola Ravasenga.

[3] M. Foucault, Utopie e eterotopie, Cronopio, Napoli, p. 12

[4] Le notizie sulla storia della terapia familiare, nonché le descrizioni dei tipi di terapia, tra cui la classificazione che qui si riporta, possono essere reperite in Bertrando, P., Toffanetti, D., Storia della terapia familiare, Cortina Editore, Milano, 2000

[5] Sembra che al Centro Milanese una scritta, incorniciata come un quadro, e nascosta in una sala, accogliesse i visitatori con una strana frase che suonava più o meno così: “La malattia mentale è contagiosa, i genitori la prendono dai figli”.

[6] Ceruti scrive che […] “è la propria visione di se stessa [della scienza] a plasmare ciò che costituisce gli oggetti e le spiegazioni valide” (op. cit., p. 7)

[7] Da Gabrielli, Il grande Italiano, Vocabolario della lingua italiana, 2008

[8] Per i simboli del genogramma mi riferisco a Mc Goldrick et al (op. cit., 1999); http://en.wikipedia.org/wiki/Genogram

[9] L’uso del genogramma qui presentato comporta una sua realizzazione in vivo insieme ai clienti. Sorrentino in “Il genogramma come strumento grafico per ipotizzare il funzionamento mentale del paziente” presenta anche altre modalità di compilazione, come la compilazione diretta, vista come un reattivo proiettivo simile al disegno.

[10] Di questo aspetto parlano Montàgano e Pazzagli in Il genogramma (1989), presentando una disamina della forma ed evoluzione della famiglia nel corso dei secoli. Le autrici mostrano come genealogia e vincoli di sangue fossero un elemento per garantire un ordine micro e macro sociale.  Per un’evoluzione dei rapporti nella famiglia si veda invece Roudinescu, (2006).

[11] Sulla ricorsività del tempo, ripresa nella tecnica narrativa, vedi anche Boscolo et al, 1995, op.cit.

[12] Per Pearce la coerenza si incarna nelle “storie che hanno lo scopo di interpretare il mondo che ci circonda ed il nostro posto in esso.[…] Le storie sono la “tecnologia” della coerenza” (Pearce, op. cit., p. 46).

[13] “Il mistero è il riconoscimento che il mondo e l’esperienza che ne abbiamo sono più vasti di ogni storia particolare che li rende coerenti  o di ogni attività nella quale ci impegniamo”  (Pearce, op. cit., p. 46).

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